La strada che da Jerez de la Frontera scende verso Tarifa accompagna la costa ondeggiando sinuosa tra dolci saliscendi.
Quando ancora diversi chilometri ci separano dalle colonne d’Ercole, dalla sommità di una collina compare sullo sfondo, oltre la sottile lama di mare, Er-Rif, la catena montuosa che segna il primo orizzonte d’Africa.
Mezz’ora di traghetto dividono Tarifa dal porto marocchino di Tangeri. Per evitare le formalità di frontiera, scegliamo di unirci ad uno dei tanti gruppi che visitano quotidianamente la città bianca.Probabilmente non è la scelta migliore. Basterebbe avere un po’ più di tempo a disposizione, ma la nostra traversata verso il Marocco non era programmata, ma solamente dettata dalla curiosità di attraversare il mare verso un continente per noi nuovo.

Seguiamo la nostra guida marocchina e dall’attracco dei traghetti d’Europa, risaliamo verso l’antica Medina. Le vie si fanno subito strette e la folla dei turisti viene presa d’assalto da quella dei venditori che offrono le merci più disparate.

Ovviamente la contrattazione è d’obbligo e rappresenta, oltre che parte del rituale, anche un buon modo per entrare in contatto con le persone locali ma, purtroppo il gruppo viene trascinato immediatamente in un ristorante. Dimenticavamo che il pranzo era compreso… finti suonatori arabi allietano i presenti con musiche e canti che, tutto sommato, non sono per niente male.

Ci vengono serviti una zuppa calda di non meglio identificate verdure, un cous cous vegetale, uno spiedo di carne dal gusto piacevole e un dolcissimo dessert trasudante miele. Anche il cibo, in fin dei conti, si faceva piacevolmente gradire.

Riprendiamo la passeggiata per le vie e veniamo deportati in un tour di negozi finti che vendono prodotti finti per turisti altrettanto artefatti. A questo punto, ovviamente, scappiamo.

Ci infiliamo a caso nella Kashba, tra angoli degradati e scorci di mare e di città dal bagliore accecante; tra venditori di stoffe, chincaglierie di metallo, tappeti, cuoio, spezie dagli intensi profumi ed essenze dai toni inebrianti. Sorseggiamo volentieri un tè alla menta mentre non possiamo esimerci dal rito pagano della contrattazione.

Naturalmente, il raggiro dello sprovveduto europeo è uno sport che ci vede sconfitti in partenza, ma essendone perfettamente consapevoli, partecipiamo volentieri al gioco, comprando tutto ciò che è e sarà sempre rigorosamente inutile. Nello specifico: un pouf di cuoio disegnato a pirografo; una cornice di legno intarsiata; un velo nero da danza del ventre contornato di tintinnanti medagliette.

Entriamo nell’ennesimo negozio di stoffe a caso, quando decido di incrementare la nostra collezione di banconote. Chiedo un pezzo da venti dirham e do al negoziante una moneta da due euro quando la guida del nostro ormai dimenticato gruppo passa davanti alla porta dello stesso negozio. Ci riconosce e ci costringe a rientrare nel gregge. Il negoziante non ha il pezzo da venti, quindi usciamo dalla piccola bottega privati della libertà e senza la banconota.

Ci infilano in un negozio di essenze e poi in uno di tappeti. Tentiamo invano un’ulteriore fuga dal gruppo, quando dal fondo della stretta via in cui ci troviamo sentiamo un vociare concitato in arabo. Braccia che si agitano e mani che indicano verso la nostra direzione. Alcuni uomini si avvicinano rapidamente ed indicano verso di noi…anzi…indicano proprio noi.

Immediatamente scorriamo con la mente i minuti trascorsi da soli, per ipotizzare quale inadeguato atteggiamento potessimo aver tenuto e nei confronti di chi…
Il venditore al quale avevo consegnato i due euro mi ha cercato tra i negozi per portarmi la mia banconota da venti dirham. Con lo stupore negli occhi lo ringrazio per l’incredibile premura…

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