La strada che collega Jaipur ad Agra dovrebbe essere una grande arteria a scorrimento veloce, ma spesso inciampa nei piccoli villaggi di baracche, banchetti colorati, vacche e bambini vocianti. Diventa quindi uno sterrato polveroso che costringe a slalom tra le buche e ad abbandonare l’idea di fare in fretta. In India non si fa nulla in fretta. E’ un concetto non contemplato. Del resto, chi crede nell’eterna reincarnazione, come può avere innato il concetto di fretta?

Ci concediamo una deviazione quindi. Tanto, non c’è fretta. Puntiamo verso Chand Baori per vedere una delle meravigliose costruzioni di questo strabiliante Paese: il pozzo.
Una deviazione per vedere un pozzo?
Già, l’idea aveva inizialmente stupito anche noi, ma ci siamo poi rapidamente resi conto che ne valeva decisamente la pena…

Ne abbiamo scritto in: Chand Baori, il pozzo più spettacolare d’India.

Chand Baori non è solo un pozzo. E’ un esperienza multisensoriale per tutto il paese che lo circonda.
Anche qui, come in tutti i posti che abbiamo visitato in India, il paese non ha una forma o un contorno definito. Le case si mescolano alle baracche, ai templi e alle vacche sacre. Senza un inizio e senza una fine, quasi come se anche lo scriteriato caos edilizio volesse rappresentare l’eterno circolo delle anime indiane.
Il pozzo, dicevamo. In realtà un palazzo meravigliosamente decorato, un tempio, un luogo di aggregazione sociale. Una scappatoia dal caldo umido di queste zone. Man mano che si scende verso la pozza d’acqua, la temperatura si abbassa di qualche grado e allevia la sensazione di calore appiccicaticcio.
Qualcuno osava anche tuffarsi, ma il colore verdognolo dell’acqua toglie ogni fantasia in tal senso. Anche agli indiani più audaci.

Risaliamo in auto e ripartiamo: ci aspetta Fathepur Sikri e le sinuose forme rosse dell’antica capitale.

La città infatti, che risale alla metà del 1500, fu nominata capitale dell’impero moghul dall’imperatore Akbar, ma ebbe breve storia. Nel 1585 fu definitivamente abbandonata, non solo come capitale imperiale, ma anche, progressivamente, da tutti i suoi abitanti, fino a farla diventare una città fantasma.

Oggi si può visitare il grande complesso del Palazzo Reale, con i suoi spazi interni finemente decorati, i giardini e le fontane.
Città fantasma, Fathepur Sikri. Interessante, affascinante e curiosa, anche se lo stato di abbandono la avvolge in un atmosfera un po’ malinconica…

Pochi chilometri ancora e siamo ad Agra. La città ha la fortuna, ma anche la sventura di ospitare il più celebre monumento di tutta l’Asia: il Taj Mahal.
Fortuna, perché arrivano in questa città milioni di turisti: una risorsa economica di grande rilievo; sfortuna perché i turisti hanno richiamato dalle campagne milioni di persone e il resto della città, al di fuori del Taj Mahal, è un enorme, sporco, incontrollato ed intricatissimo caos primordiale. Agra non ha un inizio né una fine, non ha un centro nè non ha un ordine razionale.

Il nostro hotel è di una bellezza sconcertante, ma realizziamo che si trova in una zona periferica della città e molto molto recintata. Per la verità ci rendiamo conto subito che tutti gli hotel per stranieri si trovano fuori dalla città. Un’oasi ad hoc, una gabbia dorata volutamente lontana da chi Agra la abita e la vive.

Ci concediamo qualche lusso da “gabbia dorata”: cena con musica; massaggio (vero) e relax. Un po’ vergognoso, se si considera cosa si vede a poche centinaia di metri…
Si, un po’ ci sentiamo in colpa e dobbiamo far pace con la coscienza.

Al mattino ci aspetta una levataccia: il Taj Mahal cambia colore a seconda della luce del giorno e uno dei momenti migliori è l’alba, quando il sole lo rende di un candore accecante.
Arriviamo intorno alle 6 per tenerci stretta negli occhi una di quelle immagini da vedere, almeno una volta nella vita.

Ne abbiamo scritto qui. Taj Mahal: follia d’amore.

Agra ospita anche altri monumenti che, se non fossero oscurati dal più celebre, avrebbero molti spunti di interesse. Uno di questi è il Mausoleo di Itmad-ud-daulah, più noto come “Baby Taj”, perché le sue forme ricordano il più celebre mausoleo.
Anche il Baby Taj è un mausoleo, anch’esso ha quattro torri, è di marmo bianco e ha il fiume come sfondo.
Solo è parecchio più piccolo e molto meno affollato!

Ancora polvere, ancora strada che stavolta ci porta a Gwalior e al suo affascinante palazzo blu.
Le forme sono quelle sinuose ed avvolgenti dell’arte moghul, gli intarsi sulle colonne, le statue e i tetti dei templi quelli che ci stanno accompagnando da giorni in questo viaggio.
L’India è un viaggio dell’anima, oltre che del corpo. E’ una continua sensazione, tra profumi e odori che impariamo a riconoscere.
Alcuni risvegliano i primordiali istinti, come l’odore dei pipistrelli. Già! Abbiamo imparato a distinguere chiaramente l’odore dei pipistrelli aggrappati alle pareti dei templi. E a fare attenzione a non disturbare in alcun modo il loro riposo…
Gwalior è un luogo di una bellezza intrigante, quasi ai limiti della comprensione. I templi sono abbandonati e lasciati al loro destino e i visitatori sono pochi, ma questo non toglie nulla alla sensazione di appagamento. Anzi, forse ne acuisce la bellezza.

Nonostante i pipistrelli!

Gwalior offre anche un altro gioiello sorprendente: le statue gianiste scolpite nella roccia.
Enormi statue strappate alla montagna. O forse ospitate nella montagna. Segno evidente che in India c’è rispetto, tolleranza e condivisione con qualsiasi credo venga professato.

L’India è fatta di palazzi e templi, di sari colorati e maharaja.  Un susseguirsi di frammenti d’arte spesso abbandonati al proprio destino, che lottano per conservare il loro antico splendore e guadagnare un po’ di visibilità.

Fathepur, Gwalior, Datìa…località semisconosciute e quasi ignorate dalla massa, oscurate dalla fama degli ingombranti, seppur splendidi, vicini.
Eppure sono città che meritano una sosta. Come Datìa, sosta non prevista nel nostro viaggio, ma Sudesh – la nostra guida – deve consegnare un pacco a sua cugina che vive lì. Quindi ci fermiamo; ovvio, no?!

Sudesh ci regala una visita dentro il palazzo che domina la città. Ancora forme sinuose, ancora stanze riccamente decorate senza abitanti né manutenzione. Tutti simili, i palazzi indiani, eppure tutti con le proprie particolarità, tutti affascinanti e unici nel loro stile.
Saliamo nel punto più alto e osserviamo il panorama quando l’occhio si ferma su una piccola e sgangherata ruota panoramica all’inizio di una via dove sembra esserci un mercato. Ecco, lì vogliamo andare!
A Sudesh si illumina lo sguardo: siamo molto interessati alle vite delle persone e lui non vede l’ora di raccontarcele con entusiasmo! Ecco il valore aggiunto di una guida in India, quando si vuole interagire!

Il mercato si tiene tra le case, in una stretta via artigianalmente ricoperta da teli di plastica colorata. Sotto quei teli si anima un mondo coloratissimo di bambini urlanti e di altri bambini che aspettano qualche cliente al loro banchetto; di sgargianti polveri vegetali, di frutta secca e chincaglierie di plastica, di fumi unti di fritto e profumi di incensi, di palloncini e peluche, di braccialetti e fiori finti…
Sotto di noi la strada è polverosa e sporca, ma a questo abbiamo imparato a non farci più troppo caso…

Lasciamo Datìa verso Orcha, la città nascosta nella jungla.
Arriviamo di sera, quando l’aria è ancora più gonfia dei profumi di fiori, muschio e foglie.
Sudesh andrà al tempio per una cerimonia di preghiera. Quale miglior occasione….
Lo seguiamo ed entriamo nel cortile illuminato da due enormi fari circondati da milioni di insetti in volo. La jungla è lontana solo poche decine di metri. Il pavimento dove ci sediamo è un via vai continuo di scarafaggi, formiche e altri ospiti a noi poco graditi. Nel tempi si entra scalzi, naturalmente…

Nessuno fa caso agli insetti e nemmeno a noi.

La cerimonia si svolge con riti, canti e movimenti per noi incomprensibili ma coinvolgenti, affascinanti, ipnotici; come quando ascolti una canzone di cui non capisci le parole ma rimani incollato alla radio ad ascoltare. E quando finisce, un po’ ti dispiace.

Qui il racconto completo di Orchha: la città nascosta.

Mancano ancora due tappe alla fine dei nostri chilometri indiani: Khajuraho e Varanasi.
Khajuraho è la città dei celebri templi del kamasutra. Li visitiamo, naturalmente, così come assistiamo ad uno splendido spettacolo notturno di musica e luci all’interno del parco archeologico.

Ma c’è tutta un’altra Khajuraho, fatta di abitanti, di scuole e pozzi, di bagni all’aperto e baracche. La città è divisa in quartieri: uno per ogni casta. Nella zona della quarta casta ci chiedono sapone e shampoo. Non soldi: sapone e shampoo.
Qui le orde di turisti arrivano, vedono i templi e se ne vanno. Ma il bello dell’India è anche farsi venire un po’ di sano mal di stomaco tra le case zeppe di bambini, nei cortili tra le donne, accanto ad una fontanella che zampilla acqua e i bambini si lavano.
L’altra India.

Abbiamo provato a raccontare Khajuraho in “qualche volta viene il topo”.

…e poi Varanasi, il pugno nello stomaco.
La città santa dove si viene a morire, dove il ciclo delle reincarnazioni si interrompe e dove il Gange, il fiume sacro, accoglie le ceneri dei defunti.
Navighiamo il Gange all’alba, prima che il sole sorga e i riti lungo i Ghat finiscano. La nostra barca percorre i sette chilometri di gradoni tra fiori a pelo d’acqua, persone in preghiera, abluzioni tra cantilene infinite, ma anche persone che si lavano o che lavano il bucato e cani che cercano refrigerio.

Navighiamo fino al crematorio. Una porzione di terreno lungo il fiume dove ardono in continuazione pire funerarie. Chi può permetterselo compra il sandalo, legna profumata. Gli altri si adattano con quello che riescono a comprare. I poveri vengono cremati nell’alta torre rossastra. Il fumo rende acre l’aria e sparge l’odore della morte.
Arriva un’auto, un vecchio modello di fuoristrada; sul tetto ha un sacco colorato dalla forma allungata.
In due lo slegano dal tetto: è un cadavere avvolto in un telo colorato. Lo lanciano sulla pira, mentre alcuni familiari iniziano un incomprensibile rito intorno al fuoco.
Gli uomini della quarta casta, i più poveri, sono gli addetti alla raccolta delle ceneri e allo spargimento nel fiume, mentre i loro familiari rovistano tra la cenere alla ricerca di qualche effetto personale del defunto. L’oro, ci dicono, resiste alle fiamme e cercando bene se ne trova.

Varanasi è l’ultima immagine dell’India, quella più intensa ma più lontana da noi. Quella che maggiormente rappresenta la filosofia indiana: l’ineluttabilità del destino, il rapporto sereno con la morte, la pace dell’anima.

Quando lasciamo Varanasi il sole è già alto.

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