Marrakech è una di quelle mete che affascinano già per il nome.
Una città mitica che evoca caravanserragli dove trovavano conforto i commercianti in arrivo dal Sahara.
La pista più famosa arrivava da Timbuktu, in Mali. Attraversava il grande mare di sabbia, entrava in Marocco a Zagora e poi risaliva verso Ouarzazate, lungo la Valle delle Mille Kasbah, fino ad arrivare alla grande città di Marrakech.
A Zagora, dove iniziano le dune, un cartello indica ancora l’inizio della pista con un (poco invitante, per la verità!) “Timbuktu: 52 giorni di cammello”.

Esploriamo Marrakech secondo il nostro stile: un po’ programmando e un po’ a caso e la città, soprattutto nel suo grande souk, è perfetta per i curiosi senza meta: per chiunque scelga di farsi trascinare da un profumo, da un suono o da una chiazza di colore.

Sono i colori delle mille spezie ammucchiate in Piazza Kedima.
Sono i profumi dell’ambra e della menta, sono i suoni di Piazza Jemaa El Fna. È la più famosa della città e la più grande d’Africa, ma soprattutto è il punto d’incontro di tutto ciò che può succedere in Africa. Compreso quello che fatichiamo a comprendere e proprio non apprezziamo; tipo chi tiene per il collo le scimmie per costringerle alle foto con i turisti. O quelli che suonano flauti magici per incantare cobra già storditi…

Ma è anche la Piazza di chi canta e chi mangia, di chi suona e balla, di chi vende e compra. Ma anche del Cafè de France e della sua terrazza dove ammirare il tramonto.

E poi Marrakech è l’architettura araba nella massima espressione delle sue forme ammalianti: nell’incanto del Palais Bahia o nel Minareto della Koutoubia. E’ il profumo dei suoi tanti giardini zeppi di fiori colorati dove far respirare i pensieri in affanno per il troppo sole.

Come i famosi Jardin de Majorelle, o i Jardin Menara a pochi passi dall’aeroporto o i Jardin de la Koutoubia, proprio dietro la grande Moschea.

Jacques Majorelle fu un pittore francese che arrivò in Marocco nel 1917 e subito se ne innamorò. Decise di fermarsi a vivere a Marrakech, dopo aver comprato un palmeto che divenne (nel 1931) les Jardin Majorelle come li conosciamo oggi.

Lo stilista Yves Saint Laurent nel 1980 comprò i giardini per farne una sua residenza privata; li restaurò dopo che erano stati a lungo abbandonati e li fece tornare allo splendore originario.
Nel 2008, alla morte dello stilista, i giardini vennero donati alla Fondazione Bergè-Saint Laurent che li aprì al pubblico.
Oasi incantevole nel cuore della parte moderna di Marrakech, sono una tappa obbligata per chi visita la città.

Così come i giardini della Koutoubia: un parco pubblico con fontane, stagni, aranceti, palme e roseti, dove godere, all’ombra, degli splendidi scorci sul più alto minareto di Marrakech.

Settanta metri di altezza, la visibilità da tutta la città (e oltre!), la perfetta proporzione tra altezza e larghezza fanno del minareto della Koutoubia l’opera architettonica più maestosa ed imponente della città. La sua costruzione risale al 1150 e domina la più grande Moschea di Marrakech: 80 metri per 60, come voluta, nel 1184, dal Sultano Yacoub el Mansour.

La Koutoubia si affaccia su un grande viale che arriva nella zona più famosa, conosciuta e celebrata di Marrakech (e forse dell’intero Marocco): Piazza Jamaal El Fna.

Che dite, saremmo troppo controcorrente se dicessimo che Piazza Jemaa El Fna non ci è proprio piaciuta? Bè, allora siamo controcorrente!

Quando ci siamo stati nel primo pomeriggio, non ne avevamo avuto una buona impressione.
Si trovano tutti quelli che le guide segnalano al capitolo “truffatori e arraffoni”, non c’è nulla di particolarmente interessante da vedere e se ci si ferma un attimo si viene assaliti da… chiunque.
Per carità, questa grande spianata con la Koutubia sullo sfondo non è niente male, ma sembra proprio non essere molto ben frequentata.

Abbiamo provato a tornarci quindi la sera, perché una seconda possibilità va concessa a tutto! Ecco: stessa storia.

All’ambiente del pomeriggio si aggiungono ballerini più o meno improvvisati, in “simil costumi tipici” ad uso e consumo degli smartphone dei turisti; venditori di giocattoli, palloncini e dolci tipo sagra anni Settanta; tante bancarelle dove grigliano carne affumicando l’aria e soprattutto tanti, troppi personaggi che fisicamente ti trascinano ai tavolini. Una volta seduti, potete stare tranquilli che sbaglieranno sia le ordinazioni che il conto per fregarti qualche euro in più…

Morale: Marrakech è una città splendida ed affascinante, nonostante Piazza Jemaa El Fna…
Ma questa naturalmente è solo la nostra modestissima opinione.

Affascinante, coinvolgente e travolgente è il souk. La vastissima area del mercato è addirittura suddivisa in zona: quella del cuoio, quella delle spezie, delle ceramiche, degli alimentari, dei tappeti…Qui dentro è tutto “tanto”. I profumi, le cataste di chincaglierie, i colori delle bancarelle, i venditori che chiamano per far entrare nei negozi, le contrattazioni infinite.

Quest’ultimo aspetto è forse il più divertente se verrete qui e avrete voglia di comprare qualcosa. Rasserenatevi: nulla di quello che vedete qui vi servirà davvero. Però comprerete, perché al richiamo del mercato è impossibile resistere… e allora prendetevela comoda. Molto comoda. Quando chiedete il prezzo di un oggetto vi verrà sparata una cifra improponibile e poi inizierà una lunga trattativa fatta di sorrisi, finte arrabbiature, sguardi accigliati e qualche pacca sulla spalla. Se l’oggetto da comprare è di valore (un tappeto, ad esempio) vi faranno accomodare, talvolta anche seduti per terra, per offrirvi un tè alla menta. Fa parte del gioco: un misto tra ospitalità e strategia per farvi comprare, in una battaglia che lo sprovveduto turista europeo è destinato comunque a perdere!

Non fatevi troppi problemi: pagherete gli oggetti molto più del loro effettivo valore, ma saranno sempre cifre di poco conto, mentre per molte famiglie è la sola fonte di sostentamento!

Le zone del souk sono tutte meravigliose: un tripudio per ognuno dei sensi. Perdetevi tra i vicoli stretti e affollati, seguendo il vociare rumoroso dei mercanti.

Fermatevi e guardate i mille colori. Toccate i tappeti e le stoffe… ma soprattutto annusate: menta, curcuma, ambra, cuoio, frutta secca… Assaggiate il pistacchio e le mandorle, le albicocche e i datteri.

Tornerete indietro nei secoli, alle carovane guidate dai berberi che attraversavano il Sahara per vendere, proprio qui nel souk di Marrakech, le loro merci.

Se avete voglia di un po’ di architettura araba, di patii con gli aranceti, di intarsi dalle forme sinuose e di riad nascosti, visitate il Palais Bahia.

La sua storia è quella di un ex schiavo diventato ciambellano alla corte di Moulay Hassan e poi gran visir con qualche sotterfugio, ma ebbe il merito, intorno alla metà dell’Ottocento di ampliare il palazzo e renderlo la meraviglia che possiamo ammirare oggi.

A Marrakech ci sarebbe un altro edificio interessante da visitare: la Madrassa Ben Youssef, ma al momento della nostra visita era chiusa per un (sembra piuttosto lungo) restauro.

A Marrakech ci siamo svegliati con il canto del muezzin; abbiamo contrattato nelle boutique del souk, abbiamo assaggiato il tè alla menta, il cous cous e il tajine e soprattutto apprezzato la straordinaria ospitalità dei marocchini. Tanti, tantissimi si fermano, sorridono e ti aiutano, ti danno un consiglio disinteressato o ti raccontano una curiosità sulla città. E tutti, ma proprio tutti, ti accolgono dicendo “Benvenuti in Marocco!”

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